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La cotogna di Istanbul

Per il ciclo "pentaGramma" lunedì 11 aprile alle ore 17.30 nell'Aula Magna del Conservatorio Tartini appuntamento con “La cotogna di Istanbul, ballata per tre uomini e una donna" di e con Paolo Rumiz e Alfredo Lacosegliaz.

11/04/2011

Paolo Rumiz scommette sulla forza delle grandi storie e si affida al ritmo del verso, della ballata. Ne esce un romanzo-canzone singolare, fascinoso, avvolgente come una storia narrata intorno al fuoco. Racconta di Max e Maša, e del loro amore. Maximilian von Altenberg, ingegnere austriaco, viene mandato a Sarajevo per un sopralluogo nell’inverno del ’97. Un amico gli presenta la misteriosa Maša Dizdarevic´, “occhio tartaro e femori lunghi”, austera e selvaggia, splendida e inaccessibile, vedova e divorziata, due figlie che vivono lontane da lei. Scatta qualcosa. Un’attrazione potente che però non ha il tempo di concretizzarsi. Max torna in patria e, per quanto faccia, prima di ritrovarla passano tre anni. Sono i tre anni fatidici di cui parlava La gialla cotogna di Istanbul, la canzone d’amore che Maša gli ha cantato. Maša ora è malata, ma l’amore finalmente si accende. Da lì in poi si leva un vento che muove le anime e i sensi, che strappa lacrime e sogni. Da lì in poi comincia un’avventura che porta Max nei luoghi magici di Maša, in un viaggio che è rito, scoperta e resurrezione.

La cotogna di Istanbul, ballata per tre uomini e una donna" è edito da Feltrinelli ed è arrivato ai vertici delle classifiche nazionali. Ambientato tra Vienna, Sarajevo, Istanbul e Trieste il primo romanzo di Paolo Rumiz. “Non ho messo in prigione le parole ma liberato un ritmo interiore…il verso nasce dal cammino, dal battito del cuore e dal respiro”. Poi sono arrivate le musiche, Alfredo Lacosegliaz ha composto 15-16 pezzi che scandiscono tutta la storia e , con Mario Brunello, Vinicio Capossela, Giuseppe Cederna e Moni Ovadia che canta una delle canzoni, uscirà tra pochi mesi un audio libro con CD allegato.

 

Paolo Rumiz, nato a Trieste nel 1947, inviato speciale del “Piccolo” di Trieste ed editorialista de “la Repubblica”, esperto del tema delle Heimat e delle identità in Italia e in Europa, dal 1986 segue gli eventi dell’area balcanico-danubiana. Ha vinto il premio Hemingway nel 1993 per i suoi servizi dalla Bosnia e il premio Max David nel 1994 come migliore inviato italiano dell’anno. Tra i numerosi premi ricevuti, il Premio Stresa per la narrativa; ha pubblicato per Editori Riuniti, Frassinelli, Feltrinelli. Ha pubblicato, tra l’altro, Danubio. Storie di una nuova Europa (1990), Vento di terra (1994), Maschere per un massacro (1996), La linea dei mirtilli (1993; 1997), Gerusalemme perduta (2005), Annibale. Un viaggio (2008), La cotogna di Istanbul (2010).

 

Alfredo Lacosegliaz, triestino, esordì a metà anni ‘70 portando sia nelle musiche che nei testi impressioni e influenze mitteleuropee. Incise nel ‘77 per l'etichetta discografica L’Orchestra l’album L’orco feroce. Confluì nel Gruppo Folk Internazionale, portando il proprio contributo sia come strumentista (è percussionista multiforme) sia come compositore. Nell’album che ne uscì, Il nonno di Jonni, del ‘79, si sentiva infatti la sua mano e la sua anima di confine, a cavallo tra due culture, quella mediterranea e quella dell’est europeo, ricco di citazioni e di suoni tipici. Ha prodotto nel 1997 un nuovo disco, DOM TATY TOMKA, distribuito dalle edizioni Il Manifesto. Compone musiche per il cinema (Alatri, Monicelli), per la televisione (Santoro), per il teatro(Oida, Ovadia, Villoresi, Andò) per installazioni di Teatro Danza Musicale (Roma, Milano). La sua attività si svolge tra USA, Germania, Francia, Marocco, Grecia; la peculiarità del suo lavoro musicale consiste nell'innesto della contemporaneità nei rigori stilistici della musica della Mitteleuropa del Levante con risultati di grande suggestione sonora.

 

 

 

"Ma voi che ne sapete dell'amore,"

diceva sospirando il nostro Max

quando il discorso cadeva sul tema

della passione che il mondo consuma:

era quello il segnale che noi tutti

aspettavamo per prendere coraggio

e chiedergli di raccontare ancora

della cotogna venuta da Istanbul,

una gran storia d'amore e di morte

che si giocò tra Vienna e Sarajevo

quando ebbe fine al centro dei Balcani .

quella cosa che noi chiamammo guerra

e invece fu un imbroglio sanguinoso.

E visto che quella era la “sua” storia .

e gli toccava parlare di sé,

Max cominciava prendendosi in giro,

forse per non creare aspettative

o magari spezzare l'incantesimo,

oppure per combattere, chissà,

la nostalgia che gli andava nel cuore.

E a quelli che alla fine gli chiedevano .

con gli occhi lustri per la commozione,

dopo un'ora o anche due di ascolto,

per che motivo non l'avesse scritta

quella storia che ci mangiava l'anima,

rispondeva così: “Perché narrarla .

ad alta voce è molto bello.

Scrivere è cosa fredda, senza cuore,

un miserabile atto di notai,

il che va detto,” spiegava, “con tutto

il rispetto per la categoria”.

S'infervorava sovente e diceva

“Non va letta da soli questa storia,

ma raccontata accanto a un fuoco acceso,

ad amici, bambini o forestieri;

è un mondo perduto pieno di voci .

che il vento freddo si è portato via,

ma al quale voi potreste ridar vita

col suono rotondo delle parole,

passando il racconto di bocca in bocca

come nelle ballate di una volta”.

[…]

 

da

La cotogna di Istanbul